Malet Ottica Moderna nasce nel 1961 a Pagani (SA), ma è negli ultimi quindici anni che ha assunto un’identità precisa e riconoscibile. A raccontarne la storia è il titolare, Antonio Serritiello, che ha raccolto e reinterpretato l’eredità familiare trasformando l’ottica in un progetto culturale, capace di dialogare con il territorio, le nuove generazioni e i linguaggi contemporanei.
Per Antonio Serritiello, la storia di Malet Ottica Moderna non è mai stata una semplice successione di generazioni, ma un passaggio di visione. Quando nel 2011, a cinquant’anni esatti dall’apertura del primo negozio, Antonio inaugura Malet Ottica Moderna, non parte da zero. Raccoglie un’eredità e la traduce in un linguaggio contemporaneo, mantenendo intatti i valori originari – qualità, relazione e responsabilità – e declinandoli in un contesto sociale, comunicativo e culturale profondamente cambiato. È da qui che prende forma il suo progetto, e da qui prende avvio la nostra conversazione.

“È una lunga storia di famiglia”, spiega Antonio. “Tutto inizia agli inizi degli anni Sessanta, quando mio nonno Bruno diventa il primo ottico di Pagani, in provincia di Salerno. All’epoca la figura dell’ottico non era ancora professionalizzata. Veniva dal mondo della gioielleria e dell’orologeria, un’attività avviata già dal mio bisnonno Maurizio, e fu proprio osservando i bisogni crescenti di una piccola comunità di provincia che intuì l’importanza di questo mestiere”.
Bruno Malet decide così di lasciare la gioielleria per dedicarsi all’ottica, formandosi a Genova e tornando poi a Pagani per aprire Malet Ottica Moderna, il primo negozio del paese:
“Aveva una visione sorprendentemente attuale: per lui l’occhiale non era solo tecnica, ma relazione, empatia, responsabilità sociale”.
Il primo negozio sorgeva nei pressi di Piazza Sant’Alfonso, cuore storico della città. Con il tempo Pagani è cambiata, si è espansa, e anche l’attività si è spostata in una zona più periferica, in linea con le nuove dinamiche urbane.
“Il cambiamento è stato inevitabile, come per molte realtà di provincia”, racconta Antonio.
Cresciuto osservando il lavoro del nonno, Antonio ha interiorizzato quella visione per poi aggiornarla.
“Gli occhiali tra le sue mani erano quasi oggetti magici. Il modo in cui li raccontava ai clienti mi ha profondamente influenzato. Ho conservato quella lezione, ma l’ho reinterpretata con linguaggi nuovi, adatti ai tempi di oggi”.
Aprire un’attività innovativa in un piccolo centro non è stato semplice.
“Nemo profeta in patria: emergere in un contesto ristretto è complicato”.
Quando nel 2011 inaugura il suo negozio, Antonio avvia un vero lavoro di decostruzione e ricostruzione dell’identità del cento ottico:
“Ricordo bene quando inserii per la prima volta marchi di design indipendente come J.F. Rey: per molti clienti è stato un momento di scoperta, perché ampliavamo l’offerta verso proposte dal carattere più distintivo”.
Ci sono voluti quindici anni per arrivare alla forma attuale del progetto, oggi ben raccontato anche attraverso i canali digitali e il nuovo sito web, che dedica ampio spazio al benessere visivo, alla storia dell’attività e ai servizi offerti. Il passaggio generazionale non è stato diretto.
“Quando ho aperto, mio nonno aveva più di settant’anni. È stato una guida, un mentore. Mi ha detto: ‘Ora tocca a te’”.
Bruno Malet ha accompagnato Antonio nei primi anni, trasmettendogli l’esperienza quotidiana del mestiere.
“È venuto a mancare lo scorso aprile, ma tutto quello che mi ha lasciato è ancora qui”.
A cinquant’anni esatti dall’apertura del primo negozio, nel 2011, Antonio inaugura la sua Malet Ottica Moderna.
“Una coincidenza carica di significato, che intreccia passato e presente”.
Intorno al 2014/2015 arriva una svolta, spiega Antonio:
“Ho iniziato a percepire un’attenzione diversa. I ragazzi entravano per curiosità, gli amici si fermavano anche solo per un caffè. La fotografia, gli eventi, la comunicazione visiva stavano aprendo un mondo nuovo”.
Da qui nasce l’idea di un negozio che non fosse solo un luogo di vendita, ma uno spazio di incontro e narrazione. La comunità diventa centrale:
“Pagani e i comuni limitrofi sono praticamente un unico tessuto urbano. Il progetto si è esteso naturalmente al territorio”.
Gli eventi diventano un collante, una conseguenza naturale di un percorso condiviso.
“Ho cercato di invertire l’ordine delle cose: non partire dal prodotto, ma dallo spirito che accompagna la scelta dell’occhiale”.
Nasce così una vera e propria “comunità Malet”:
“Non li chiamo clienti, ma amici. Fanno parte del progetto, della mia vita”.
Nel decimo anniversario, Antonio li ha immortalati in caricature e illustrazioni, a testimonianza di un legame che va oltre il rapporto commerciale. La comunicazione passa anche attraverso shooting fotografici che raccontano storie più che prodotti.
“Sarebbe riduttivo fermarsi all’oggetto. Il nostro settore è stato troppo spesso raccontato in modo rigido e tecnico”.
Tra i progetti più significativi, Eyewear as a Work of Art, in cui gli occhiali diventano protagonisti di viaggi e paesaggi iconici, da New York a Tokyo, fino alla Costiera Amalfitana. Particolarmente caro è anche lo shooting Sapore di Sale, realizzato con due giovani clienti in Costiera.
“Uno di loro, Said, è venuto a mancare poco dopo. Quelle immagini raccontano libertà, leggerezza, e per me hanno un valore emotivo enorme”.
Accanto agli shooting, Malet Ottica Moderna ha aperto le porte anche agli studenti, ospitando eventi legati alle scuole e alle nuove generazioni.
“È nato tutto quasi per caso, con una festa pre-maturità, la cosiddetta Pre-Mak TT. Da lì si è creata una consuetudine che ha rafforzato il legame con i ragazzi”.
Instagram è oggi il principale strumento di comunicazione:
“È diventato un archivio storico: quindici anni di immagini, volti, storie. Facebook appartiene a un’altra epoca, mentre TikTok è una frontiera che osservo con curiosità ma non mi appartiene molto, anche perché resto profondamente legato alla fotografia”.
Per Antonio, l’ottico indipendente oggi deve essere anche un mediatore culturale.
“Quando un ragazzo sceglie consapevolmente dove comprare i suoi occhiali, invertendo le decisioni imposte, capisci che stai offrendo qualcosa di più: una visione, anche culturale”.
In un mercato sempre più standardizzato, difendere la propria identità è fondamentale, sottolinea Antonio:
“Il rischio più grande è l’omologazione. La ricerca non è solo tecnica, ma narrativa. È questo che fa la differenza”.
L’ultima frontiera è l’intelligenza artificiale, sperimentata nelle più recenti campagne visive.
“L’AI apre nuovi immaginari. Insieme ad alcuni ragazzi dell’Istituto Marangoni (Michele Sole – Art Direction & Styling, Thomas Micci – Fashion Coordinator e Marianna Santonicola – Graphic Designer) abbiamo creato immagini e personaggi che non esistono, ma che raccontano il nostro mondo. È un nuovo linguaggio, e mi affascina esplorarlo”.
Alla base di tutto resta comunque la capacità di ‘avere visione’:
“Avere visione significa tenere insieme memoria e futuro: portare avanti un’eredità come la nostra con linguaggi nuovi, senza perdere l’essenza del mestiere. In quest’ottica di costante ricerca di tecnologie e innovazioni nel nostro settore, stiamo attraversando un’ulteriore fase di cambiamento ed evoluzione, sia strutturale che professionale, per proiettare Malet oltre nuovi confini, continuando a raccontare questa meravigliosa storia di famiglia”.
Accanto ad Antonio oggi lavorano l’ingegnere Vittorio Marino, storico collaboratore e fotografo dei progetti di Malet Ottica Moderna fin dagli albori, e Chiara Califano, tirocinante ottica optometrista e futura ottica.
“Il presente è fatto di persone. Ed è da qui che si continua a costruire il futuro di Malet Ottica Moderna”, conclude Antonio.

Paola Ferrario





