Due mondi affini, l’architettura e l’eyewear, hanno trovato la loro espressione creativa nella designer-architetta Daniela Verazzo che con il suo stile ha fatto dello studio delle linee e dei materiali il centro del suo brand, ARU, fondato nel 2019. Un percorso preciso fatto di passione, tecnica e creatività. In questa intervista, ci racconta il suo approccio artigianale, la centralità dell’emozione nel design e la visione culturale che accompagna ogni collezione del brand 100% Made in Italy.
Qual è stato il suo percorso personale e professionale che l’ha portata al mondo dell’eyewear design?
Sono un’architetta con un’esperienza trentennale nel mondo dell’architettura e mi sono sempre occupata di progettazione e direzione dei lavori. Da una passione, poi, per l’occhialeria e per gli occhiali in particolare, la mia progettazione e direzione dei lavori ha cambiato il “materiale del contendere”: sono passata dal cemento all’acetato. Lo dico quasi per scherzo, ma in realtà ho sempre progettato e realizzato prodotti con materie prime compatibili e plasmabili, e con l’acetato si possono fare sostanzialmente le stesse cose, in proporzioni, forme e strutture diverse. Organizzare tutto, dalla progettazione alla realizzazione del prodotto in azienda – dal disegno alla macchina a controllo numerico, alla fresatrice, agli incollaggi e a tutte le particolarità del mondo ARU, come fresature, laserature e altro – significa per me assumere il ruolo di direzione dei lavori. Sono caratteristiche che mi sono sempre appartenute. Detto ciò, porto, e continuerò a portare, la mia passione per il bello e il ben fatto in tutto ciò che riguarda il mondo dell’eyewear. Sono fermamente convinta che l’eyewear 100% Made in Italy vada spinto, valutato e incoraggiato, perché le grandi realtà italiane, o quelle internazionali, magari non possiedono le stesse caratteristiche tecniche e artigianali che abbiamo noi piccoli brand, che realizziamo il prodotto manualmente. Lasciami usare il termine “artigianalmente”: lo studio dei materiali, l’assemblaggio dei colori e delle forme, l’attenzione a ogni dettaglio del prodotto finito sono frutto di un lavoro manuale. Questa è la bellezza del prodotto 100% Made in Italy. In particolare, amo passare da un’idea alla realizzazione concreta dell’oggetto. Ecco perché spesso l’occhiale ha un quid di design piuttosto che di architettura, non solo nel naming o nella ricerca delle caratteristiche di ogni modello, ma anche nelle forme, nei dettagli e nelle caratteristiche tecniche.
Ha già accennato alla tematica dell’architettura. Oltre a questa, ci sono mondi, discipline o suggestioni ricorrenti nel suo processo creativo?
Assolutamente sì. Mi ispirano molto il mondo reale, le caratteristiche cromatiche e naturali di ciò che ci circonda. Credo molto nei prodotti sostenibili e nei materiali ecosostenibili. Questo influenza anche la mia scelta dei colori: osservo i trend del momento, ma li interpreto e li faccio miei, perché credo che un prodotto durevole non debba seguire esclusivamente la moda. Un occhiale all’ultima moda non mi rappresenta e non rappresenta ARU. L’occhiale deve parlare di sé, deve appartenere a chi lo indossa, deve far sentire bene chi lo porta. Il nostro claim è “AReU ready for yourself?”, sei pronta per te? (quando indossi un occhiale ARU?). Deve essere caratterizzante ma non invadente. Deve sorprendere per il colore, le nuance o gli effetti dell’acetato, ma non per un logo o un colore estremo. Questo è ciò che distingue un prodotto ARU.
È molto personale come claim…
Ovviamente è una tematica che bisogna guardare con gli occhi molto aperti e scoprire le sue evoluzioni. Ma per me è più che altro una fonte di ispirazione; è sicuramente uno strumento utile per noi designer in termini di estetica ma dobbiamo ricordarci che disegniamo occhiali e quindi dobbiamo tenere conto del comfort, del fitting, della leggerezza…
Che ruolo ha l’emozione nel suo lavoro di designer?
È molto importante. Mi emoziono nel vedere qualcuno che indossa i miei occhiali con gioia e nel seguire l’intero ciclo di vita del prodotto, dalla progettazione al prototipo fino all’uscita sul mercato. Mi emoziona osservare come una lastra di acetato prende forma o come gli incollaggi e i dettagli del disegno diventano realtà. Ogni piccolo tassello è frutto della mia scelta, e questo mi soddisfa profondamente. Lavorare con emozione significa anche trasmettere emozioni a chi indossa il prodotto. Altrimenti sono solo occhiali, ce ne sono tanti.
Nel suo lavoro la forma nasce prima o è il materiale a guidare il progetto?
La forma, senza esitazioni! Cerco sempre di creare forme che, in connubio con il materiale e le lavorazioni applicate, producano effetti di luce e cromatici, rendendo la montatura brillante e luminosa.
Cosa rappresenta ARU per lei oggi: un brand, un linguaggio creativo o una vera e propria visione culturale?
Per me ARU è il brand che porto avanti come linguaggio creativo, all’interno del quale inserisco la mia visione culturale e il mio background. Ad esempio, ho creato una collezione ispirata ai grandi designer e ho attribuito forme e naming a queste ispirazioni. Il mio primo MIDO (quello post-Covid) è stato un momento simbolico: realizzai il logo del brand su un supporto in cemento armato, portando per la prima volta un occhiale ispirato all’avanguardia architettonica. Volevo rappresentare un eyewear tecnico e innovativo, diverso dall’eyewear tradizionale.
Ha già anticipato il tema del Made in Italy. Come dialogano i suoi occhiali con la manifattura italiana?
Tutto nasce dalle mani della filiera italiana. Come direttore dei lavori, seguo ogni fase: dalle fresature agli scalini sugli occhiali, fino al packaging e agli espositori da vetrina, che disegno e faccio realizzare. Anche gli accessori, come le collane portaocchiali e i pendenti, sono realizzati con materiali italiani e con tecniche artigianali. Tutto ciò rappresenta la qualità del prodotto ARU e la cura per i dettagli artigianali.
Guardando al futuro di ARU, c’è un territorio inesplorato – stilistico o concettuale – che vorrebbe raggiungere?
Al momento non saprei dirlo con certezza. Cerco di essere completa in tutto ciò che faccio. Sto esplorando l’idea di utilizzare materiali diversi dall’acetato, con caratteristiche tecniche nuove, ma si tratta ancora di esperimenti e prototipi. Sono sempre alla ricerca di novità e di realizzazioni diverse.
MIDO è alle porte: cosa presenterà alla fiera milanese?
Vedrete modelli che mettono l’io al centro. Ci sarà una sorpresa nel visual che proporremo a MIDO… ma non posso anticipare nulla! Presenteremo due modelli ispirati a Gio Ponti e Zaha Hadid, più altri occhiali in metallo combinato con colori vari, assemblaggi cromatici e fresature, tutti con le caratteristiche tecniche tipiche di ARU. Alcuni modelli saranno estremamente femminili, altri genderless.



