Per Sofia Bargiela, un occhiale non è mai soltanto un accessorio. È una storia da indossare, uno strumento di espressione personale e un simbolo di consapevolezza. Fondatrice di Guaba, marchio nato dall’incontro tra Brasile e Portogallo, Bargiela ha trasformato una carriera nel marketing in un progetto imprenditoriale capace di coniugare design distintivo, produzione responsabile e una forte identità culturale. In questa intervista racconta le origini del brand, il suo approccio creativo, il valore della sostenibilità e la convinzione che una montatura possa diventare un autentico strumento di empowerment personale.
Il suo percorso non nasce nel design di prodotto ma nel marketing. Come è avvenuto il passaggio verso la progettazione di occhiali e cosa le ha dato la sicurezza di seguire questa strada?
Il mio background è nel marketing e ho sempre lavorato con brand dal forte significato, capaci di offrire molto più di un semplice prodotto. Prima di decidere di diventare imprenditrice, ho avuto il privilegio di guidare il marchio Dove in Portogallo, un brand il cui forte purpose è al centro di ogni attività. Lo spirito imprenditoriale ha sempre fatto parte della mia vita. Sono cresciuta osservando mia madre gestire la propria attività, quindi, ‘costruire qualcosa di mio’ è sempre stato un percorso naturale. Credo che la pandemia abbia avuto un effetto introspettivo su molte persone e, per quanto mi riguarda, è stato allora che ho capito che era arrivato il momento di trasformare questa ambizione in realtà. L’occhialeria è sempre stata una mia passione e percepivo lo spazio per un marchio di design davvero audace, guidato da uno scopo preciso. Si tratta di un settore che continua a generare enormi quantità di rifiuti e, approfondendo il tema, ci si rende conto che sul fronte della sostenibilità si sta facendo ancora troppo poco. Allo stesso tempo, è un’industria in crescita, ricca di marchi indipendenti straordinari che stanno costruendo una propria identità. Forte di questa convinzione e della mia esperienza nel marketing, ho trovato la fiducia necessaria per lanciare Guaba: un brand caratterizzato da un design deciso, realizzato artigianalmente secondo criteri sostenibili e guidato dalla volontà di valorizzare le persone in modo consapevole.
Quando inizia a progettare una montatura, da dove parte?
Parto sempre da un concetto. Per me, una montatura senza una storia è una montatura priva di vita. Chi indossa Guaba può essere certo di indossare una storia, e quella storia diventa una dichiarazione di identità. La nostra prima collezione si ispirava all’architettura moderna di luoghi iconici di Lisbona, in Portogallo, e di San Paolo, in Brasile, riflettendo le fondamenta stesse del brand: Guaba nasce infatti dall’incontro tra la cultura brasiliana e quella portoghese. Successivamente, mi assicuro che ogni elemento sia coerente con la proposta e l’identità visiva del marchio: il concept, il design e il processo creativo. Penso anche alle persone che indossano le nostre montature: sono sofisticate, indipendenti e sicure di sé; cercano elementi inaspettati che sappiano distinguersi nella quotidianità. Infine, desidero che i nostri modelli resistano al passare del tempo e rimangano attuali indipendentemente dalle tendenze. Il nostro obiettivo è creare pezzi audaci ma senza tempo. Se un progetto non soddisfa tutti questi criteri, significa semplicemente che non è ancora pronto.
Il Brasile, diceva, ha avuto un’influenza importante nella nascita di Guaba. In che modo quell’esperienza continua a riflettersi nel suo linguaggio progettuale?
Come accennavo, parto sempre da un concetto, e quel concetto deve essere coerente con l’identità di Guaba. Il brand trae ispirazione dai colori, dall’energia, dalle forme, dal ritmo e dalla sofisticatezza del Brasile, pur essendo nato in Portogallo, dove il sole, la vivacità dello stile di vita e un ambiente multiculturale rappresentano le basi del nostro linguaggio. Avere una fonte d’ispirazione così chiara ci aiuta a mantenere una coerenza progettuale. Mi chiedo costantemente: ‘è audace? È sofisticato? È vibrante?’. Non è sempre un processo semplice. A volte mi blocco e le cose richiedono più tempo del previsto. Ma per me non esistono scorciatoie: non comprometterò mai i valori fondanti del brand solo per rispettare una scadenza.
Come definirebbe oggi il suo stile come designer? È cambiato rispetto ai primi schizzi di Guaba?
Se le mostrassi i primi schizzi di Guaba, probabilmente rimarrebbe sorpresa. Non ho una formazione accademica nel design, ma ho sempre avuto una visione molto chiara. Il percorso dall’idea iniziale all’identità grafica e al design di prodotto che abbiamo oggi è stato lungo. Ha coinvolto diverse persone, numerose revisioni e innumerevoli confronti, finché tutto non ha trovato il giusto equilibrio. Sia l’identità visiva sia il design delle montature hanno richiesto mesi di sviluppo. Una volta individuata la direzione corretta, ho sentito che eravamo riusciti a catturare davvero l’essenza del marchio e da allora siamo rimasti estremamente fedeli a quella visione. Sono ossessionata dalla coerenza e molto esigente con me stessa, perciò cerco sempre modi per migliorare. Per questo motivo, l’universo Guaba continua a evolversi di collezione in collezione. Sono particolarmente entusiasta della prossima, sulla quale nutro grande fiducia.
Quanto è importante l’equilibrio tra estetica e funzionalità nella progettazione di un occhiale? Esiste un compromesso o uno dei due aspetti prevale sempre?
L’estetica viene prima, nella fase di ideazione. È il momento in cui ci concediamo la libertà di sperimentare, immaginare e mettere in discussione le convenzioni. Successivamente, ci concentriamo sulla funzionalità, adattandola alla forma che abbiamo immaginato. Abbiamo già un’idea di proporzioni e misure, ma non finalizziamo mai i disegni tecnici prima di coinvolgere la fabbrica. A quel punto entra in gioco il know-how produttivo, che rappresenta il nostro vero confronto con la realtà in termini di funzionalità e fattibilità. Inizia così un dialogo continuo fino a trovare la soluzione migliore: una soluzione che rimanga fedele alla visione originaria garantendo al contempo comfort e funzionalità. In definitiva, l’una non può esistere senza l’altra.
Esiste un dettaglio tecnico o costruttivo che considera la firma delle sue creazioni, anche se spesso passa inosservato al consumatore?
Assolutamente sì. Anzi, credo che proprio qui risieda la vera firma di Guaba. C’è qualcosa nelle nostre forme e nelle proporzioni che rende le montature immediatamente riconoscibili. Sono audaci, ma non necessariamente oversize. Utilizziamo l’acetato in modo generoso, conferendo alle montature una forte presenza visiva. Allo stesso tempo introduciamo sempre un elemento di rottura: può essere una sovrapposizione di materiali, un accostamento cromatico inaspettato, un’angolazione insolita o altri dettagli capaci di sorprendere. È proprio questa tensione tra audacia e raffinatezza a definire la nostra estetica. Esiste poi una componente invisibile ma fondamentale: la scelta costante di materiali sostenibili, come bio-acetato, lenti eco-friendly e packaging realizzati con materiali responsabili, dal bio-pelle per gli astucci al cartone riciclato per le confezioni.
Progettare occhiali significa confrontarsi con il volto umano. Quanto è importante osservare le persone e il modo in cui indossano una montatura?
Quello che sto per dire potrebbe sembrare controverso, ma mi piace immaginare una persona che indossa soltanto i propri Guaba. E allora mi chiedo: ‘la montatura è sufficiente? È in grado di costruire da sola il look?’ La risposta deve essere sì. Il mio approccio al rapporto tra volto e occhiale è molto semplice: non credo esista una montatura perfetta per una determinata forma del viso. Credo che chiunque possa indossare qualsiasi tipo di occhiale. Tutto dipende dall’atteggiamento, dall’umore e dalla sicurezza in sé stessi. L’occhiale è probabilmente l’accessorio più personale che si possa indossare, perché si trova al centro del volto. È una potente forma di espressione individuale. Racconta chi siamo, come ci sentiamo e come scegliamo di presentarci al mondo molto più di quanto si pensi. Guaba si rivolge a chi cerca qualcosa di diverso, a chi è disposto a osare e ad abbracciare la propria individualità e, soprattutto, a chi desidera percepire questa differenza.
Qual è stata la sfida creativa più complessa nello sviluppo di una collezione?
Definire l’universo del brand non è stato immediato e ha richiesto tempo. Ricordo una sessione di brainstorming durante la quale ci siamo resi conto di quanto la mia esperienza in Brasile avesse influenzato l’identità del marchio. Una volta compreso questo aspetto, tutto è diventato molto più intuitivo. L’identità visiva doveva vivere all’interno di quell’universo, dal logo agli elementi grafici, dalle immagini fino al design del prodotto stesso. La parte più complessa, tuttavia, è stata senza dubbio la produzione. Esiste un enorme divario tra un’idea progettuale e il prodotto finito. Durante la fase creativa tutto sembra possibile; quando si passa alla fattibilità, entra in gioco la realtà. Si scopre cosa può essere realmente prodotto, cosa deve essere modificato e dove è necessario trovare compromessi. Poi arrivano la prototipazione e la produzione. L’intero processo è lento: può richiedere anche un anno e, a volte, risultare frustrante, soprattutto quando si desidera vedere le proprie idee prendere forma il prima possibile.
Crede che oggi il design dell’occhialeria stia vivendo una nuova stagione di sperimentazione?
Abbiamo partecipato al MIDO quest’anno e siamo rimasti sinceramente colpiti dall’eccellente lavoro svolto, in particolare dai marchi indipendenti. Molti stanno sperimentando tecniche, materiali e soluzioni costruttive innovative per dare vita a montature davvero originali e distintive. Parallelamente cresce l’attenzione verso la sostenibilità e la produzione responsabile. Credo che la sperimentazione più interessante oggi nasca proprio dall’incontro tra design innovativo e manifattura consapevole. Il futuro dell’occhialeria non riguarda soltanto l’estetica, ma anche la capacità di progettare prodotti in modo più responsabile. Quando si è circondati da tanto talento, la sfida più grande è rimanere fedeli alla propria identità. Significa resistere alla tentazione di seguire le mode, imitare gli altri o diventare qualcosa che non si è. Noi sappiamo esattamente chi siamo e torno costantemente a queste fondamenta per assicurarmi che Guaba continui a seguire la propria strada.
Cosa spera che una persona provi quando indossa per la prima volta un suo occhiale?
Attualmente sono mamma di due bambini sotto i due anni, incluso un neonato, e non esco mai di casa senza i miei Guaba. Non completano semplicemente il mio look: mi ricordano che sono ancora una donna sicura di sé, imprenditrice e forte, anche in una fase della vita in cui gran parte del mio tempo e delle mie energie è dedicata ai miei figli. Guaba mi restituisce un senso di identità. Diventare madre è una trasformazione meravigliosa, ma può anche portare a perdere di vista alcune parti di sé. Per questo spero che chi indossa le nostre montature si senta audace, forte, sicuro e indipendente. Spero che percepisca che nulla possa fermarlo, se non sé stesso. Mi piace pensare a Guaba come a un superpotere silenzioso: qualcosa che protegge e al tempo stesso dà forza, aiutando le persone a esprimere la versione più autentica di sé.











